Per Carla Pesci
scritto il 19 March 2010 da franzosoCara Carla,
ho appena letto il tuo commento (commento n° 3 del nostro primo intervento in questo blog) e ti devo dire che mi spiace molto averti in qualche modo ferita. Tanto che, se l’ho inconsapevolmente fatto, ti prego fin d’ora di accettare le mie scuse.
Ci tengo, però, a darti una risposta più articolata al tuo commento. Innanzitutto perché forse la relazione epistolare che per qualche mese abbiamo intrattenuto ha generato nostro malgrado qualche malinteso. Iin secondo luogo perché questo mi consente di spiegare alcune motivazioni profonde che stanno alla base di questo libro.
Serbo un ricordo molto nitido delle tue e-mail, che ho conservate e riletto molte volte, ma che ho sempre considerate come le confidenze di un’amica che scrivendo sembrava trovare la capacità di srotolare e sciogliere la matassa di una vita in un momento delicato e di passaggio più che come la materia sulla quale costruire una narrazione letteraria. Tanto che, come ben sai, i tuoi racconti mai sono stati sottoposti al vaglio di chicchessia. Men che meno quello di un estraneo – almeno per te – come è l’amico col quale ho scritto questo libro.
Ma se voglio essere più preciso devo confessarti che nessuna delle storie scritte in questo libro è mai stata “vagliata”, pesata, sottoposta ad un giudizio di valore. Perché nel caso della vita delle persone, io credo, questo sia eticamente scorretto, oltre che inutile, in quanto non esistono storie con maggior valore di altre. Esiste, casomai, la vita, ruvida e ben poco letteraria.
Ma voglio spiegarti meglio il mio pensiero.
Io nella mia vita, fin qui ho scritto alcuni libri di narrativa e per farlo effettivamente alle volte ho saccheggiato la realtà. Spesso ho scovato le mie storie e i miei personaggi negli incontri della vita, nelle cronache dei giornali, ascoltando la radio. Ho rubato idee da altre narrazioni, da film che mi avevano colpito o da romanzi dai quali ero stato particolarmente affascinato.
Ho sempre pensato infatti che le storie abbiano una loro indipendenza dal reale e che qualsiasi modo uno scrittore escogiti per produrre delle narrazioni dotate di senso sia eticamente corretto, con la convinzione profonda che la verità di una storia e il senso simbolico che da questa può generare siano l’unico metro di giudizio per valutarla.
Lo pensavo un tempo e lo penso tuttora.
Per questo libro, però, la situazione è diversa.
Qui infatti non si trattava semplicemente di raccontare delle storie dotate di senso e produttrici di un mondo simbolico. Qui si trattava fin dalla genesi del progetto di produrre delle narrazioni che originavano dall’ascolto della verità. Si trattava cioè di trovare la giusta voce per raccontare la vita di alcune persone che avevano avuto la generosità, la forza, la voglia, il desiderio, la necessità di esporsi senza reticenze a noi che nella maggior parte dei casi non eravamo più che due perfetti sconosciuti.
Per questo ci tengo a dirti che qui il nostro lavoro è stato innanzitutto – e soprattutto – un lavoro di ascolto. Un lavoro di ascolto e successivamente un lavoro di costruzione di una voce, appunto, una voce letteraria, quella che io ritengo sia la più appropriata per raccontare il mondo nel quale viviamo, il presente.
Così, se durante la gestazione di questo libro abbiamo incontrato tante persone e tante persone ci hanno raccontato le loro vite, mai – te l’assicuro, credimi – mai mi è passato per la testa che alcune di queste avessero un valore superiore ad altre. E mai, per questo, abbiamo vagliato, pesato, come tu dici, le storie che ci venivano raccontate. Non avevamo alcun diritto di farlo.
Per questo voglio confessarti che uno dei parametri che io personalmente ho usato nella scelta dei racconti è stato quello della discrezione.
Penso che in un’epoca come questa, dove tutto sembra acquistare un valore solo quando è esposto, esce dalla vita ed entra nel mondo dei mass media, quello della discrezione sia da considerarsi un grande valore. E così in molto casi abbiamo scelto la strada di non raccontare ma piuttosto di preservare la vita e il privato delle persone incontrate. Abbiamo sentito infatti molto forte la necessità di proteggere queste persone e le loro storie. Storie che sentivamo avrebbero potuto avere effetti incontrollabili sulla loro vita. Sentivamo la necessità di aver cura – questa è la parola, “cura” – dell’esistenza delle persone che ci aprivano tanto generosamente il loro cuore.
È il contrario di ciò che chi scrive fa di solito, ma in questo caso era un imperativo etico.
Visto che sicuramente la letteratura sarebbe debordata dal testo e avrebbe scaricato i suoi effetti sulla vita reale.
Così è stato anche per te, Carla.
Il tuo racconto avrebbe molto probabilmente preso vita, sarebbe uscito dalla pagina e sarebbe andato a parlare alle persone che ti conoscono e che ti sono vicine. In primis la tua famiglia, nei confronti della quale io ho sentito di non avere il diritto di interferire.
Ciao,
Marco










